a project by Abruzzo World Club
ezine index | reserved articles | index of this issue

JANUARY 2002 Year III
No. 13

Forte Spagnolo - L'Aquila

Il Forte spagnolo dell'Aquila (comunemente chiamato dagli aquilani il Castello) può essere considerato uno dei più affascinanti castelli rinascimentali dell'Italia centrale. Nel 1400 Aquila era una città potente e ricca: aveva 500.000 pecore ed esportava lana e zafferano in tutta Europa; grazie ai suoi ottimi governanti aveva acquistato una certa autonomia che, sfortunatamente, scomparve quando gli aquilani, durante il conflitto tra spagnoli e francesi per il trono di Napoli, appoggiarono questi ultimi.

Nel 1504 gli abitanti dell'Aquila aprirono le porte ai conquistatori iberici. Nel 1527 i francesi riconquistarono L'Aquila con l'appoggio degli abitanti e dei contadini della campagne circostanti. Un anno dopo il Viceré Filiberto D'Orange, facente le veci del Re Carlo V di Spagna, sconfisse definitivamente i ribelli aquilani e nel 1534 ordinò di costruire, a spese dei cittadini, una fortezza a nord nel punto più alto della città, esattamente nel luogo ove, nel 1401, Re Ladislao aveva fatto erigere una rocca per repressione contro i rivoluzionari cittadini di Aquila ("ad reprimendam aquilanorum audaciam").

Don Pedro di Toledo, succeduto a Filiberto, decise di ampliare il castello affidando tale progetto ad un celebre architetto spagnolo, Don Pirro Aloisio Escriva , profondo conoscitore di armi da fuoco, che aveva cominciato a costruire a Napoli il Castel Sant'Elmo. La scoperta della polvere da sparo, infatti, richiedeva nuovi progetti per la realizzazione delle costruzioni difensive. Escribà seguì i lavori per circa 2 anni per lasciare poi il posto a Gian Girolamo Escribà.

Le pesanti tasse nel giro di 30 anni ridussero la città alla miseria. Nel 1567 gli aquilani chiesero agli spagnoli di bloccare la costruzione dell'opera, e la "Regia Udienza" di Napoli accogliendo la richiesta, interruppe i lavori. La Fortezza era già costata una somma enorme per quel tempo, e per far fronte all'onere la città era stata costrette anche a vendere la cassa di argento massiccio che conteneva le spoglie di San Bernardino da Siena.

Il forte, che non era stato in realtà progettato per difendere la città, ma anche e soprattutto per controllarla, non fu mai utilizzato a livello militare. I suoi cannoni, pronti ad aprire il fuoco a qualsiasi ora della notte o del giorno, rimasero sempre in silenzio: unica vittima, la città dell'Aquila che sotto l'oppressione spagnola, incominciò rapidamente a declinare.

Architettura
Escrivà disegnò un fortezza enorme costituita da quattro bastioni collegati tra loro da imponenti mura lunghe 60 metri e larghe dai 30 metri della base fino ai 5 metri della parte più alta. La fortezza era difesa da grandi e solidi merli intervallati da aperture per gli arcieri e da fenditure per i cannoni a lunga gittata. Il Castello era circondato da un fossato, che non fumai riempito d'acqua, largo 23 metri e profondo 14, che serviva a difendere le fondamenta del Forte dall'attacco dell'artiglieria nemica.

Escrivà, nel progettare questa fortezza non tralasciò alcun dettaglio: le mura inclinate servivano a deviare il fuoco nemico; ogni bastione era costituito da due ambienti separati, uno superiore ed uno inferiore, chiamati più comunemente "case matte", disegnati come se fossero due forti separati. L'acquedotto che forniva acqua alla città fu deviato per rifornire il forte per primo.

Don Pirro inoltre pensò ad un corridoio anti-mine (un percorso tra il muro esterno e quello interno del forte, oggi visitabile in parte) che aveva il compito di limitare i danni in caso di una esplosione: serviva a proteggere il castello qualora i nemici si fossero avvicinati alle fondamenta, scavando delle gallerie, per poi depositare le loro mine. Un'intera collina fu livellata per ricavare la pietra bianca necessaria alla costruzione di questo imponente "gigante", le campane della città vennero fuse e utilizzate per i cannoni.

Nel 1798 i cittadini si ribellarono ai francesi che, dopo preso parte alla Rivoluzione, giunsero all'Aquila: attaccarono il forte, ma invano. A partire da questo momento il Castello venne utilizzato come prigione. Dopo il 1860 si trasformò in un quartiere generale militare, e durante la seconda guerra mondiale fu occupato e danneggiato dai tedeschi.

Tra il 1949 ed il 1951 il castello subì un importante restauro, e fu scelto come sede del Museo Nazionale d'Abruzzo. Vi si accede, dopo aver percorso il ponte in muratura, attraverso un portale su cui grandeggia lo stemma di Carlo V. Il Museo è organizzato su 3 livelli: a pianterreno, oltre il vano con l'enorme scheletro dell'Elephas Meridionalis rinvenuto nei pressi dell'Aquila nel 1954, si trova la sezione archeologica che conserva materiale preistorico di popoli italici, frammenti epigrafici ed architettonici provenienti dalle città romane d'Abruzzo, rilievi, statue, oggettistica tra cui il bel Calendario da Amiternum (25 d.C.).

Al piano superiore è la sezione medioevale e moderna che raccoglie opere di scuola abruzzese dei sec. XIII / XVIII: Il Polittico di Jacobello del Fiore; una Croce processionale di Nicola da Guardiagrele, un importante gruppo di sculture lignee e in terracotta policrome abruzzesi, dal XIII al XVI secolo (notevole il S. Sebastiano di Silvestro dell'Aquila): ed ancora opere dei pittori fiamminghi del XIV / XVII sec. e dei pittori romani e napoletani del XVII / XVIII sec. come Conca, Bedeschini, Solimena, De Mura ed altri; ed infine la sezione d'arte moderna e contemporanea che annovera tra gli altri M. Vaccari, R. Guttuso, V. Guidi, G. Capogrossi, O. Tamburi, R. Brindisi ed altri.