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DECEMBER 2001 Year II
No. 12

L'Albero di Natale Insanguinato

"L'Albero di Natale Insanguinato" fu composto in italiano nelle miniere di rame del Wyoming, una zona di attive organizzazioni socialiste e sindacali agli inizi del 1900. Ringraziamo per aver concesso i diritti di pubblicazione Clara Cortese, che trovò questo racconto tra le carte di suo padre, Francesco D. Sozio nato nell'allora Abruzzo-Molise, dopo la morte di quest'ultimo.

Un pensiero storico attraverso i cinque anni di lagrime e sangue "Gloria al Dio Natura di Giuseppe Mazzini nelle più alte nubi del FIRMAMENTO E PACE SERENA E DURATURA IN TERRA A TUTTI GLI UOMNI DI BUONA VOLONTA'

Il momento storico può essere riassunto in pochi tratti di matita. È il Natale. Nel casolare scende raddoppiata, la tristezza. Il sostegno della famiglia che gli scorsi anni, rallegrava con la presenza e con la parola tutti i suoi cari ora è lontano fra i ghiacci, fra i pericoli. Uccide e corre il rischio di farsi uccidere per una causa di politica astrusa che quelle menti semplici non arrivano a comprendere. Il Sindaco del villaggio ha tentato di consolare la povera Madre, affermando solennemente che il frutto delle sue viscere è un eroe. Ella mormorava e rimormorava quella frase e scuoteva la testa. Le sembrava che suo Figlio era un eroe più fecondo, quando sospingeva, col pungolo, la coppia dei buoi che rendeva fertile la terra solcandola. Ora spargere il sangue di gente che non gli ha mai fatto alcun male; non produce, distrugge. E la povera Vecchiarella sospirava.

Pensa: "Come passerà il Natale il Figlio mio? Risponde col pensiero al mio Pensiero? Vive? E se è ancor vivo oggi, non sarà domani cadavere col petto squarciato, disteso fra la gelida neve? O carne della mia carne ed io non ti sarò al fianco per consolarti col viatico di una buona parola!"

Nella trincea, il Figlio è oppresso da tristezza non meno intensa. L'umile dimora ove ha trascorso la fanciullezza, l'aspetto dei suoi famigliari gli ritornano vividi nella mente. Sente un groppo alla gola e fa uno sforzo per ricacciare nel profondo la lagrima che gli fa velo agli occhi. Un soldato, un eroe non deve piangere! Ma perché lo hanno strappato al suo lavoro sereno; alle cure che con tanta amorevolezza, con tanto orgoglio, prestava alla santa donna che gli infuse e sangue e anima nelle vene; a cui deve tutto quanto di onesto e di buono si agita e tumultua nel suo petto?

E l'eroe ridiventa fanciullo e inconsciamente mormora: "Mamma, Mamma mia!" Il rovaio soffia e porta via e disperde la sua sommessa ma calda invocazione. Egli riflette a lungo, poi guarda alla trincea nemica scavata a pochi metri dalla sua e dice a se stesso: "Anch'essi hanno una mamma che' trepidando e lagrimando, li aspetta. Che cosa ho fatto loro di male perché debbano desiderare la mia morte e affaticarsi tanto per procurarmela? Che cosa di male hanno fatto a me, perché io debba spiare con ansia il momento propizio di conficcare quattro spanne d'acciaio nelle loro viscere?"

Tormenta colle mani la borsetta del suo tabacco e vorrebbe alzarsi e gridare: Eh Fratelli! Non commettiamo sciocchezze. È il Santo Natale. Servitevi. Una fumatina alla reciproca salute...non vi va? Avremo tempo di sbudellarci domani!"

In quella si ode un rombo singolare. Sono le ali della Dea che attutisce gli animi gonfi d'ira; che apporta la gioia ovunque sorvola; che fa sbocciare i fiori e maturare i frutti ovunque posa le sue dita.

O pace, pace che parli la lingua Internazionale compresa dall'Italiano, dall'Austriaco, dal Turco da tutti i mortali la trincea ti anela, ti anela il casolare. Deh faccia la Natura, se ha viscere, che tu non svanisca, come larva effimera, al sorgere del primo sole!

O Natale, Natale di Pace e di Amore per tutto il genere Umano. Tu sei il Natale il più sospirato dalle lagrimose e piangenti Madri; dalle afflitte Spose; e dalla tenera Prole che langue in un canto di fredde capanne con il ventre vuoto dal lungo digiuno, e le labbra arse di sete per chiamare invano quel Padre che non ritorna più, e che fu vittima di quella Patria che da secoli ci nega un duro pane, ed un misero tugurio. Oggi tutto il popolo lavoratore, con la mente elevata, e l'occhio rivolto all'aurora vede la massa dei re cadere dai Troni, come le mele nella stagione di Autunno, e stringendosi in fascio con colui che ieri lo credeva nemico; gettando le armi ed intonando l'Inno Internazionale della grande riscossa.

"Lasciate sceverare tutte le bande servili che oggi ingiustamente rubano gli Uomini dei loro diritti e non lasciare egoistici motivi, ritenere i generosi impulsi, e nobili azioni."

PACE GIUSTIZIA E VERITA' A TUTTI I POPOLI DELLA TERRA, augurando a tutti Buon NATALE, buona fine e Buon principio d'Anno.

Rock Springs, Wyoming
DICEMBRE 1918, Era Volgare

F. Avanzini