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| APRIL 2001 | JOURNAL OF THE ABRUZZO WORLD CLUB |
Year II No. 6 |
Il Brigantaggio dopo il 1860
Il Brigantaggio fu un fenomeno che investì in forma gravissima l'intero meridione tra il 1861 ed il 1865. Non si può parlare di una forma di banditismo fine a se stesso, ma, dell'espressione, pur violenta, di un forte disagio socio-economico che caratterizzò il Sud Italia dopo le note vicende garibaldine.
Nel 1860, alla caduta del regime borbonico sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione fu annesso agli altri Stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all'appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. L'iniziativa garibaldina aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo del 1861 era l'espressione della borghesia, che affrontò la questione meridionale stipulando un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, senza neanche prendere in considerazione la tanto desiderata riforma agraria voluta dai contadini del Sud. Lo Stato impose invece una una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti regolamenti che andavano a gravare sul capo dei più deboli.
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Le bande dei briganti erano costituite da braccianti, contadini salariati che vivevano nella povertà assoluta, ex garibaldini sbandati, ex soldati borbonici e numerose donne, audaci come gli uomini. Erano gruppi di malfattori che si riunivano in una zona delimitata sotto l'autorità di un capo e che attaccavano, armati fino ai denti, persone e proprietà. Divennero razziatori, ladri, delinquenti , e vedevano nella rivoluzione armata l'unico modo per affermare i loro diritti politici e per combattere contro la piaga della miseria.
Questo scriveva F.S Sipari di Pescasseroli ai censurari del Tavoliere nel 1863:
«Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d'uomo, non ha farmachi. Il contadino non conosce pan di grano, nè vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta (farro), segale omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra matrigna a chi l'ama. Il proletario vuol migliorare le sue condizioni nè più nè meno che noi. Questo ha atteso invano dalla stupida pretesa rivoluzione; questo attende la monarchia. Certo, la vita è scellerata, il modo è iniquo e infame...Ma il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata» (Da B. Croce, Storia del Regno di Napoli - Laterza, Bari,1966, pp.337-339)Delusi dalle promesse di Garibaldi di una riforma agraria mai effettuata; spinti dall'odio per i nuovi proprietari, rivelatisi ancora più sfruttatori di quelli precedenti, lottavano per il ritorno dei Borboni, cioè proprio di quei sovrani che avevano sempre protetto i latifondi della Chiesa e della nobiltà.
La situazione si aggravò subito dopo la vendita all'asta dei beni demaniali ed ecclesiastici. I compratori appartenevano prevalentemente alla nuova borghesia rurale che si stava rivelando ancora più avara e tirannica dei vecchi padroni.
In Calabria, Puglia, Campania, Basilicata, Abruzzo, bande armate di briganti iniziarono nell'estate del 1861 a rapinare, uccidere, sequestrare, incendiare le proprietà dei nuovi ricchi. Si rifugiavano sulle montagne ed erano protetti e nascosti dai contadini poveri; ma ricevettero aiuto anche dal clero e dagli antichi proprietari di terre un tempo devoti ai Borboni.
Lo Stato italiano non si fece trovare impreparato e rispose impiegando più di 120.000 soldati guidati dal famoso generale Cialdini. Le truppe non si trovarono di fronte a 4 ladruncoli, ma dovettero affrontare la rivoluzione di un popolo. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri pagando con la distruzione di interi villaggi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti.
"Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In questa, come in molte altre cose, l'urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici...".(dalle lettere di un ufficiale in "Lettere meridionali" di Pasquale Villari) Solo nel 1878 il brigantaggio venne sconfitto del tutto.
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